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Il digitale in rosa

Che la nostra società sia permeata da uomini per uomini è ormai un dato di fatto…ancora di più se si considerano settori come quello del tecnologico. 

Pari opportunità in ambito lavorativo ed emancipazione femminile sono, infatti, due tra i più grandi temi che dibattiamo ancora oggi nella ricerca di un mondo che possa definirsi più egualitario e inclusivo. 

Se però abbandoniamo l’immagine del mondo come dovrebbe essere e ci limitiamo a vedere la realtà per quella che è, risulta che ad oggi il divario tra uomini e donne è ancora eccessivo. 

Prendendo come esempio il settore digitale, si scopre, infatti, che si tratta di uno degli ambiti che più evidenzia questo problema in maniera netta.

E’ ancora fin troppo raro vedere donne impiegate in campo tecnologico e questa risulta essere una grave falla in quanto la leadership femminile nel digitale apporterebbe sicuramente novità interessanti nell’economia e nella cultura di qualsiasi paese.  

Una prima ragione di questo grande gap è infatti riscontrabile nell’approccio – da sempre analitico – che si attribuisce (forse anche in una forma di pregiudizio che dovremmo abbandonare) al settore tecnologico. 

Includere le donne nel digitale potrebbe significare, da questo punto di vista, rivoluzionare completamente il settore tecnologico e regalargli una connotazione più creativa, senza limitarsi a relegare questi lavori nella definizione di scientifici-analitici.

A tale proposito, ben si prestano come esempio le nuove pioniere del digital marketing: giovani imprenditrici digitali che fanno del lavoro di content creator un mezzo per guadagnarsi da vivere attraverso l’utilizzo della tecnologia.

In questo caso, il digitale viene sfruttato dal punto di vista dei vantaggi che può offrire in termini di comunicazione (pensiamo solo a fin dove ci si può spingere grazie all’uso dei social) e creatività (loghi, disegni, contenuti scritti ecc). Dal punto di vista dell’emancipazione femminile, dunque, queste donne sono l’esempio di come è possibile sfruttare il digitale, non solo per migliorare la propria condizione sociale ed economica ma anche per creare una serie di nuove figure professionali a plasmare la società e i suoi bisogni: pensiamo alla figura di professioniste in content writing, influencing, blogging ecc. 

Lo scopo? Essere indipendenti e riuscire a vivere in qualsiasi posto nel mondo. Il nomadismo digitale va per la maggiore proprio tra donne e millenials. Un tipo di vita itinerante che ha a che fare con la presa di coscienza di quanto il proprio tempo valga più di ciò che ci hanno sempre fatto credere e, inoltre, con la consapevolezza di avere a disposizione un mezzo, la tecnologia, che può rendere libere le persone dalla schiavitù della presenza fisica sul posto di lavoro.

Le donne si sono così rese portavoce di un movimento che non esclude la tecnologia, bensì la sfrutta declinandola in favore del proprio talento artistico/creativo.

Questo significa provare a cambiare le regole del gioco.

Ma perché la presenza femminile in questo mondo appare una conquista così importante?

Dando uno sguardo ai dati che riguardano le competenze settoriali specialistiche, ci si rende subito conto che solo il 19% degli specialisti nei settori ICT sono donne e solo un terzo totale le laureate nelle materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). 

Da questi dati evinciamo due notizie, entrambe negative: la prima riguarda la mancata rappresentanza femminile in questo mondo e la seconda l’assenza di competenze tecniche specifiche in campo. Si parla di un vero e proprio di digital gap; è un circolo vizioso in cui il mancato riconoscimento fa sì che le donne non si sentano supportate e motivate a sufficienza nell’iniziare un percorso di studi che le porterebbe ad una carriera difficoltosa in cui doversi scontrare con colleghi uomini probabilmente più professionalmente riconosciuti.

Il problema è, ancora una volta, culturale. Nel campo dell’istruzione dovremmo rivedere l’approccio all’introduzione del materiale didattico…il nodo da sciogliere è infatti quello che vede queste professioni come proprie degli uomini e di un approccio maschile ma per raggiungere l’inclusione è necessario che le donne abbiano accesso al digitale. Perché? 

Semplicemente perché il digitale fa ormai parte della nostra esistenza…e se dunque lo scopo è quello di emancipare il sesso femminile e ridurre al minimo le disuguaglianze in ambito lavorativo, non è possibile pensare di ignorare il settore tecnologico.

Il digitale è il primo facilitatore economico della comunicazione, il mezzo attraverso cui ci esprimiamo…rimanere escluse da ciò significa non essere in grado di rivalersi sul motore economico e professionale della società.

Il dato più preoccupante riguarda poi la stima (divulgata dalla Commissione Europea) secondo cui sarebbero necessari all’incirca 134 anni per arrivare a colmare il gender gap in campo tecnologico. Insomma, la strada è ancora lunga…essendo un problema causato da stereotipi culturali, è necessario essere realisti e considerare che si tratta di barriere mentali difficili da abbattere in poco tempo. Questo ha effetti anche sulla percezione del proprio valore in ambito lavorativo: risulta, infatti, che il 46% delle donne non si ritiene in grado di lavorare efficientemente in campo tecnologico.

Probabilmente ciò incide anche sulla decisione di non dedicarsi allo studio di questi ambiti, ritenendo di avere scarsa attitudine. 

La riflessione che ci deve indurre tutto questo discorso è il rischio di una totale disomogeneità professionale che impatta a livello sociale. Lo scenario, all’interno delle aziende, risulta assai poco equilibrato e consideriamo che più scendiamo nel tecnico, meno donne incontriamo: le posizioni di Data Scientist e Big Data Engineer sono quasi interamente ricoperte da uomini.

Dunque, questo cosa significa? Una società più inclusiva ed equilibrata non è possibile?

La risposta non può che essere affermativa ma se davvero è nostra intenzione accelerare i tempi di miglioramento è necessario annullare gli stereotipi culturali legati al mondo del digitale: una volta per tutte, dobbiamo facilitare uno scambio equo tra le esistenti (ed innegabili differenze). 

La differenza è sempre e comunque un valore perché le differenze sono sempre conciliabili (se c’è la voglia di collaborare). Tale desiderio di collaborazione può esistere solo nel riconoscimento che l’altro (in questo caso, l’altra) possa apportare un di più, un valore aggiunto. 

Non riconoscendo nelle donne un valore aggiunto a livello professionale, difficilmente si può immaginare una ragione di tentativo di inclusione.

Noi di mine consulting ci impegniamo a eliminare questo divario, come? Ci sono io Donna e fondatrice dell’azienda e contiamo in futuro di trovare donne programmatrici, esperte di marketing e designer che tingano la nostra azienda di rosa, o di qualunque colore che a loro piaccia!

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